Ott 292012
 

Intervista a Cross-point
di Andrea Staid

pubblicato su A rivista anarchica
anno 42 n. 374 – ottobre 2012
Dal diritto alla casa e alla salute, alla lotta al precariato: l’esperienza di un collettivo bresciano.

Negli ultimi anni Brescia si è rivelata una città attiva nella lotta per i diritti, in particolare per quanto riguarda la questione dei migranti. Dopo l’esperienza del presidio della gru nel 2010, sono nate e si sono potenziate numerose iniziative; tra queste il progetto Cross-point: donne e uomini, migranti e non che attraverso cineforum, presentazioni di libri e atipici tornei di calcetto cercano di diffondere un’idea di cultura “meticcia”, viva e contaminata, in stretta sinergia con il territorio bresciano e le molteplici realtà che lo abitano.

Come e da dove nasce il progetto Cross-point?
Cross-point è nato da un’elaborazione dell’esperienza della gru, o meglio nei lunghi mesi della lotta contro la sanatoria-truffa, partita da un gruppo di migranti sostenuto da differenti realtà del movimento bresciano, a cui molte/i di noi fanno riferimento, tra cui il centro sociale Magazzino 47 e l’associazione Diritti per tutti.
La mobilitazione per i permessi di soggiorno prese il via a settembre 2010 con un presidio permanente sotto la prefettura che dopo un mese sfociò nell’occupazione della gru; la protesta continuò con differenti presidi permanenti – dai sagrati delle chiese alle piazze – di pochi o più giorni, che proseguirono fino all’estate 2011, quando una circolare del Ministero diede la possibilità, a chi era stato denunciato per clandestinità, di ottenere il permesso di soggiorno. Era la prima parziale vittoria.
L’idea di Cross-point nasce dopo questa fase, in autunno, quando eravamo calde e caldi di un anno intenso di percorso comune.
Brescia è sempre stata una città molto attiva nelle lotte dei migranti, a cui molte/i di noi avevano partecipato. Nel passato queste lotte avevano portato dei risultati più espliciti e concreti in tempi relativamente più brevi. La mobilitazione contro la sanatoria-truffa, invece, ha avuto un’evoluzione ben differente, si è scontrata con il calcolo cinico di un governo e l’ostinazione cieca di un’amministrazione locale assolutamente razzista, e perciò si è sviluppata in un tempo più ampio. Questo ci ha dato modo, da una parte di vedere come determinati meccanismi e schemi non funzionassero più, e dall’altra di constatare come l’agire insieme avesse portato a delle trasformazioni che in sé erano dei risultati importanti, frutto di un costante confronto nato dall’incrocio delle differenti esperienze.
Cross-point – l’incrocio – nasce per esprimere le potenzialità di questi incontri/scontri e delle mescolanze che ne possono derivare.
L’incrocio è la nostra immagine. Ad un incrocio ci si può fermare, tirare dritti, cambiare direzione, ci si può scontrare o incontrare… Qualunque sia la scelta, rimane un’opportunità.

Da quali incroci nasce? È importante per il vostro gruppo l’esperienza della gru?
L’esperienza della gru, come dicevamo, è centrale. Sotto la gru si sono incrociati diversi soggetti, collettivi, associazioni, gruppi. Dall’abitante del quartiere al militante antirazzista, dalle persone più religiose agli atei più convinti, dal migrante in Italia da poco tempo a quello di seconda generazione, dal turbante sikh alla cresta-punk, dalle minigonne allochador… donne e uomini di diverse età e provenienza (politica, religiosa, geografica) che per diversi giorni hanno ridisegnato le mappe sociali della città, producendo anche forme non scontate di soggettivazione individuale e collettiva.

Cosa volete fare a livello territoriale?
A Brescia, ma non solo, abbiamo respirato per troppo tempo un’aria leghista, che ha inquinato la vita relazionale e il pensiero politico. Ma la responsabilità non è solo della lega nord: da destra a sinistra ci hanno abituati a pensare che la differenza è un rischio, un fattore che può mettere a repentaglio la propria identità, sia essa personale o collettiva… una seria minaccia alle nostre sicurezze e alle nostre libertà. Vorremmo scardinare e smentire questa falsa idea. L’incrocio delle differenze ci dà la possibilità di ridefinire i nostri stessi interessi, bisogni, diritti. Dà la possibilità di giocare con la propria identità, di misurarne i confini, sfidandoli quando serve, per raggiungere una consapevolezza più ampia, capace di liberare l’idea stessa di libertà dalle catene delle nostre definizioni e della nostra cultura.
Riportare all’interno dei percorsi di lotta questa riflessione è centrale. Uscire dai confini che noi stesse\i ci diamo è un rischio, ma anche possibilità di arrivare a un passaggio determinante, che ci permette di uscire da una logica meramente difensiva. Per opporsi efficacemente alle leggi razziste, all’ossessione securitaria, alla perversione dei confini e alla guerra tra poveri necessario ripensare linguaggi e pratiche per sperimentarne di nuove, partendo da una ridefinizione dei diritti da mettere al centro delle nostre rivendicazioni.

Avete una sede?
Molte/i di noi vengono dall’esperienza dei centri sociali, per cui siamo portate/i a pensare le nostre azioni attraverso spazi fisici che riscattiamo riappropriandocene. Al momento non abbiamo una sede ma migriamo attraverso il territorio. Questo può essere in certi casi un valore aggiunto, ma spesso lo viviamo come un forte limite. Sentiamo l’esigenza di uno spazio e sappiamo dove immaginarcelo. Buona parte del nostro percorso ha avuto come teatro un quartiere particolare, il Carmine, nel centro di Brescia, a pochi metri dalle sedi del potere locale, da sempre quartiere popolare e riferimento, fin dai primi anni Ottanta, dei migranti che arrivavano in città. Quartiere con peculiarità uniche per composizione sociale, specchio di una società sempre più complessa e meticciata. Territorio che da diversi anni rappresenta un’importante risorsa nelle sperimentazioni di convivenze possibili, di incontri inattesi, di percorsi di lotta e di resistenza ai continui tentativi di normalizzazione di quest’eccezione evidente. Quartiere che, nell’essere teatro dell’occupazione della gru, ha aperto a nuovi incontri con una cittadinanza solidale e attenta, permettendo di sperimentare collaborazioni inaspettate, ma che al contempo è anche il pezzo di città sul quale maggiormente i razzisti del governo cittadino di turno sperimentano le più becere politiche di controllo e di repressione, accanendosi principalmente con i migranti e le attività legate alla loro vita, aggredendo la libertà di tutte e tutti noi. Portare all’interno del quartiere le progettualità di Cross-point potrebbe quindi essere un modo per intercettare in maniera ancora più incisiva le varie dinamiche che ne attraversano le strade.

Con quali comunità migranti riuscite a costruire percorsi di lotta?
Comunità?…bella domanda! Una delle riflessioni più significative che è nata dal percorso della gru riguarda proprio le comunità. Abbiamo iniziato con un presidio che sembrava la fotografia di un mappamondo: ognuno si distribuiva secondo la propria provenienza geografica andando a confermare il disegno perfetto dei confini nazionali. India prossima al Pakistan da una parte, Egitto, Marocco e Tunisia dall’altra, l’Italia al centro e l’Africa sub-sahariana spostata verso il fondo!
In questo quadro così ordinato, a fronte della complessità di 30 anni di migrazione, i limiti erano evidenti. Differenti persone non trovavano più una collocazione. L’idea stessa di comunità non reggeva. Il percorso personale di migrazione/trasformazione aveva ridefinito le omogeneità e, di conseguenza, le appartenenze. Quello che abitualmente anche noi attiviste/i eravamo portate/i a pensare come un riferimento, la comunità, diventava a volte un limite, spesso una forma di controllo insopportabile. Questo, che per noi era un elemento di novità, ci tornava addosso come misura dei nostri pregiudizi. E contemporaneamente diventava visibile la natura ambivalente della “comunità”, al tempo stesso luogo di solidarietà e sistema di riproduzione delle gerarchie. Ci riconosciamo nella peculiarità di essere un gruppo estremamente eterogeneo. Una peculiarità che vogliamo valorizzare fino a ritenere che, nell’agire politico, sia oggi necessario superare un’idea totalizzante di comunità. Questo aspetto è stato evidente anche nelle dinamiche assembleari: in cui si è passati dall’attesa degli italiani come interlocutori privilegiati, al ‘modello barzelletta’, in cui da copione parlava una persona per comunità, fino alla partecipazione effettiva, in cui non ci si curava più della provenienza di chi prendeva parola ma del contenuto dell’intervento. Un guadagno collettivo importante che ha portato alla caotica mescolanza a cui siamo arrivate e arrivati ora.

Quali le difficoltà in una città come Brescia?
In realtà Brescia è una città adatta allo sviluppo di un progetto come quello di Cross-point: abbastanza grande e ricca da attrarre considerevoli flussi migratori da ormai più di vent’anni, ma senza risentire eccessivamente di fenomeni di alienazione e ghettizzazione tipici della metropoli.
Le dimensioni urbane e sociali favoriscono l’incrocio e le seconde generazioni meticce ne sono l’espressione più evidente.
Certo, negli ultimi anni la lega al governo della città ha complicato un po’ le cose, non tanto dal punto di vista politico, quanto per la vita quotidiana dei migranti stessi. Questo, sommato alla recente crisi economica, sta producendo fenomeni preoccupanti di emarginazione e chiusura identitaria.
Una città come Brescia crea più difficoltà agli amministratori ottusi o incapaci che non vogliono o non sanno gestire quella che per noi è una ricchezza. Il problema è che questi errori si pagheranno a caro prezzo nel medio-lungo periodo, come avvenuto in Francia nelle banlieue.

Perché avete scelto di usare la parola “meticcio” nei vostri scritti e documenti?
La lingua italiana spesso rappresenta un limite per noi, perché troppo conservatrice, incapace di rappresentare la molteplicità dei soggetti che vuole descrivere (partendo dal genere), fin troppo improntata a trasmettere le strutture di potere della società che abitiamo, inadatta a coglierne le trasformazioni.
Fin dall’inizio è stato molto difficile per noi trovare le parole adatte a descrivere la realtà in costante mutamento in cui ci trovavamo immerse/i. Difficile accettare i confini della dicotomia tra il noi e il voi nel momento in cui non era netta la distinzione e i due termini continuavano a rimodularsi, anche sovrapponendosi.
Abbiamo quindi iniziato a descrivere noi stesse/i. Non riuscivamo a sopportare la definizione di gruppo multietnico, perché tutte/i noi disconoscevamo il concetto di etnia. Ma anche il concetto di “multiculturale” ci stava stretto, perché nessuna/o di noi sarebbe stata/o in grado di dire quale macro-cultura rappresentava.
Venivamo da un anno di costante confronto-scontro, una sorta di convivenza negli spazi di lotta della città. Da questa esperienza ne uscivamo tutte/i cambiate e cambiati, e la misura di questo mutamento l’avevamo ogni qual volta tornavamo nel luogo/gruppo da cui provenivamo.
Alcuni ritorni significativi li avevamo quando qualcuno di noi, dopo aver finalmente ottenuto il permesso di soggiorno, tornava nel paese d’origine; se l’impressione di spaesamento dopo tanti anni di assenza obbligata poteva dirsi quasi scontata, non lo era il fatto che la contaminazione guadagnata dal confronto con l’altro scatenasse una reazione a catena: di conflitto in conflitto, di definizione in ridefinizione, la trasformazione aveva potenzialità contagiose.
Non si trattava di aver perso o guadagnato qualcosa, non si trattava di una sommatoria di conoscenze o di esperienze, non si trattava di disconoscere quello che si era stati, ma era la semplice constatazione che qualcosa di nuovo si era affacciato in noi, quel nuovo che aveva iniziato a prendere forma sotto la gru e aveva iniziato a confondere i contorni delle singole identità.
Il valore politico di questo potenziale trasformativo, a livello collettivo è immenso. Non riconoscerlo sarebbe una grave miopia per chi agisce politicamente nella società globalizzata. Meticcio per noi assume questo valore.

Quali sono state le iniziative che avete promosso nei primi mesi di attività?
Per il momento ci siamo concentrate/i su iniziative-eventi con lo scopo di far conoscere chi siamo e dove siamo direzionate/i, cercando di costruire collaborazioni effettive con le realtà che sentiamo più vicine. Le iniziative proposte sono state preparate trasversalmente all’assemblea del presidio della gru, discutendole nel gruppo meticcio che oggi rappresentiamo.
C’è stato innanzitutto un prologo, con la presentazione del libro Sulla pelle viva, sullo sciopero dei migranti a Nard. L’inaugurazione vera e propria del progetto è avvenuta con la presentazione del tuo libro (Andrea Staid, Le nostre braccia: meticciato e antropologia delle nuove schiavitù, Agenzia X edizioni, 2011), in cui abbiano trovato corrispondenze con quanto volevamo fare; in seguito abbiamo organizzato la proiezione del film La vita che non CIE di Alexandra D’Onofrio e Gabriele Del Grande, e in questi giorni, siamo impegnate/i nella preparazione di Kick the Borders, un torneo “antirazzista” di calcio organizzato in collaborazione con alcuni dei ragazzi arrivati nell’estate scorsa dalla Libia a Brescia.
Questi primi appuntamenti sono riusciti, per quel che ci eravamo proposti: aprire spazi di confronto tra persone di differente provenienza (non solo geografica), riportare al centro la comune voglia di mettersi in gioco in percorsi efficaci nella trasformazione dell’esistente, in relazioni tra pari. Non semplice, non scontato. Dopo ogni appuntamento ci siamo ritrovate\i per valutare collettivamente l’iniziativa organizzata, confrontando le singole riflessioni sui contenuti di volta in volta emersi. Un aspetto importante, una sorta di misurazione della teoria sulla pratica, da cui sono emersi molti aspetti interessanti. È stato in questi passaggi che si è resa evidente la forzatura delle definizioni: il noi e il voi, l’autoctono e il migrante, lo sfruttato e lo sfruttatore.

Per il futuro cosa state costruendo, programmando?
Chiuso questo ciclo di iniziative, pensiamo di riaggiornarci a settembre, quando sapremo se sarà possibile avere un luogo di riferimento. Molto dipenderà da questo, per noi sarebbe un passaggio importante.
Spazio o no, siamo comunque determinate/i a proseguire in questa direzione. Crediamo che sia più che mai necessario sostenere/aprire/promuovere luoghi, fisici o simbolici, di incontro e confronto, che possano portare a una condivisione reale e a uno scambio di significati. Un tentativo di rispondere all’urgenza di ricomporre il tessuto sociale, volutamente frammentato a suon di precarietà, razzismo istituzionale e retoriche su identità rigide. Superare l’attuale schema gerarchico di cittadinanze (anche non riconosciute), capaci di trasformare i diritti in privilegi. Scommettere sulla condivisione e non sull’appartenenza per investire in forme di conflittualità più profonde, per raggiungere e modificare le sinapsi stesse del sistema.
L’attacco che viviamo oggi è molto duro: assistiamo a una perdita progressiva di diritti in ogni ambito delle nostre vite, dal lavoro all’istruzione, dalla casa ai servizi e ai beni comuni. Superare i confini non solo nazionali, ma anche sociali, di genere ed economici vuole unire ciò che i poteri forti da sempre tendono a dividere: quelle soggettività, donne e uomini, differenti per cultura ma libere e liberi di autodeterminarsi. Abbiamo la forza!

 Andrea Staid


Lassù sulla gru

Settembre 2009. In tutta Italia migliaia di immigrati presentano domanda di regolarizzazione in seguito alla sanatoria di colf e badanti promossa dal governo. Un anno dopo, a Brescia, delle 11.300 richieste di permesso di soggiorno inoltrate oltre 1000 sono state respinte e altre 4000 rischiano di subire la stessa sorte. Molti di coloro che hanno presentato richiesta infatti, pur non avendo commesso alcun reato, avevano sulle spalle una condanna di clandestinità che, secondo le prime indicazioni del ministero degli interni, non avrebbe dovuto costituire un impedimento alla regolarizzazione. Nel marzo del 2010 però la posizione del ministero cambia, e viene ordinato a questure e prefetture di respingere ogni domanda proveniente da persone con condanne a carico, anche legate unicamente alla clandestinità.
Nell’ottobre del 2010 si moltiplicano pertanto in tutto il nord Italia le proteste contro la cosiddetta “sanatoria truffa”. A Brescia in particolare, quando anche il permesso di manifestare in presidio viene revocato, sei migranti salgono su una gru nel cantiere della metropolitana di Piazza Cesare Battisti. Si tratta di giovani tra i 20 e i 35 anni: Sajad, 27 anni, pakistano; Papa, 20 anni, senegalese; Singh, 26 anni, indiano; Rachid, 35 anni, marocchino; Arun, 24 anni, pakistano; Jimi, 25 anni, egiziano. Due di loro abbandoneranno il presidio rispettivamente dopo 10 e 12 giorni, i restanti quattro scenderanno dalla gru soltanto il 16 novembre, dopo oltre due settimane, accolti da una folla solidale.

 L. A. C.


Meticci, precari, clandestini

In questi ultimi anni a Brescia si sono intrecciate diverse lotte per affermare il diritto ad un’esistenza libera ed autodeterminata: dal diritto alla salute al diritto alla casa, dal libero sapere all’accesso ai servizi, contro la schiavitù della precarietà e la chiusura degli spazi di agibilità politica.
Queste lotte sono state portate avanti da diversi soggetti, che spesso si sono trovati a unire le proprie forze all’interno di specifiche iniziative o di percorsi più articolati.
Fra questi soggetti rientrano sia i collettivi e le associazioni che da anni lavorano sul territorio, che persone slegate da appartenenze, che si sono mosse sulla spinta di un bisogno o perché coinvolte/travolte da quanto stava prendendo vita nella città. Non ultima, l’esperienza del Presidio sotto e sopra la gru.
Queste interazioni hanno dato vita a spazi sociali e simbolici dove le singole esperienze si sono incrociate portando a reciproche trasformazioni. Incroci di relazioni, aspirazioni, conflitti che devono essere valorizzati come atto di resistenza alle culture razziste e omologatrici. Soprattutto ora che le complessità e le contraddizioni delle società globalizzate e delle migrazioni ci pongono una sfida grande, resa ancora più dura dalla crisi e dai suoi effetti devastanti.

CROSS-POINT nasce da questi incroci, per affermare che migrare non è un reato ma un percorso di cambiamento della propria vita e del mondo. Migrare è una sfida complessa, determinata da molte cause. Non è solo disperazione, ma anche desiderio di conquistare nuovi diritti, esplorare terre e culture differenti, disertare la guerra. Migrare può generare frustrazione o felicità, sogno o incubo, chiusura identitaria o apertura di orizzonti, sfruttamento o ribellione, schiavitù o libertà.
CROSS-POINT è un progetto che vuole esprimere le nuove soggettività che abitano e animano il tessuto sociale della città. Per opporsi efficacemente alle leggi razziste, ai permessi di soggiorno legati ai contratti di lavoro, alla cultura leghista, all’ossessione securitaria e alla guerra tra poveri è ora necessario ripensare linguaggi e pratiche per sperimentarne di nuove.
CROSS-POINT vuole essere un’opportunità per la libera circolazione, per la creazione di relazioni di reciprocità, dove l’incrocio rappresenta una possibilità concreta di trasformazione personale e collettiva.
CROSS-POINT vuole essere un incrocio dove valorizzare le specificità culturali e, allo stesso tempo, metterle in gioco e in discussione. Crede nel potenziale della contaminazione e della condivisione. Considera la differenza una ricchezza irriducibile, che non allude a privilegi o discriminazioni.
CROSS-POINT rifiuta i miti coloniali della purezza etnica e originaria, dell’identità nazionale, fissa e immutabile.
CROSS-POINT vuole superare confini e frontiere imposti da stati, guerre, condizioni sociali ed economiche per tenere insieme ciò che il razzismo istituzionale vuole dividere, quelle soggettività che vivono sulla propria pelle la precarietà, la criminalizzazione, la mancanza di libertà.
CROSS-POINT è un laboratorio sociale e culturale meticcio fatto da donne e uomini, autoctoni e migranti, di prima e seconda generazione, con o senza documenti.
CROSS-POINT migra in luoghi differenti per creare relazioni meticce e impure che siano all’origine di lotte e di trasformazioni possibili.

 Tratto dal sito:
cross-point.gnumerica.org

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