Gen 122014
 

Report dell’incontro di autoformazione di domenica 12 gennaio

 

Si può essere razzisti per legge? Da quando l’Italia e l’Europa hanno dovuto affrontare i problemi legati all’immigrazione, sono state prodotte leggi e provvedimenti per regolare in maniera repressiva i flussi migratori. Gli effetti sono stati pesanti. Il razzismo nella società ne è uscito rafforzato, ma non solo. Si è pure sviluppato un nuovo tipo di razzismo: il razzismo istituzionale.

volti discriminazione3Di seguito il report della prima parte dell’incontro

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Si può essere razzisti per legge? E’ questa la domanda che ci siamo posti nell’affrontare il problema del razzismo istituzionale, dal momento in cui ci si è accorti ce non basta definire “democratiche” le istituzioni per farla finita col  razzismo. La legge è un prodotto umano, è fatta da uomini, esseri sociali appunto, che come tali sono immersi nei rapporti e nelle contraddizioni del reale. Ad essi rispondono e in base ad essi si schierano.

Innanzitutto non si può definire il razzismo solo  come prodotto della legge. Esiste un razzismo istituzionale, un razzismo fatto di leggi, pratiche amministrative, provvedimenti e atteggiamenti delle istituzioni volti a porre in una condizione di minorità giuridica una parte della popolazione, selezionata in base ad un processo di costruzione della razza. La razze viene costruita, costruita dalla società, ed è per questo che il razzismo, prima di essere un fenomeno legale, è un fenomeno sociale. Il razzismo è uno dei frutti avvelenati del nostro tempo, prodotto dell’irrisolta tensione tra i principi di eguaglianza e libertà e una realtà fatta di sfruttamento e divisione in classi. La funzione del razzismo è quella di spiegare la diseguaglianza, serve a giustificare , a rendere razionale ciò che appare irrazionale, a cercare dentro l’uomo ( e non dentro la società) la fonte dei mali della società.

Che c’entra allora la legge? E qual è il rapporto tra razzismo e legge? Proviamo a ragionarci un po’ sopra , partendo proprio dal momento in cui ogni volta la legge è stata al servizio della razza.

Gli ordinamenti nazista e fascista sono quelli che più di tutti si sono fondati sul concetto di razza, in particolare su una sua  concezione biologica. Le più famose leggi razziste sono state quelle del 1938, in Italia, ed hanno colpito in particolar modo gli ebrei. La concezione biologica della razza era allora molto in voga e permeava già la cultura e il pensiero scientifico dell’Italia liberale, ben prima del fascismo. E’ quell’ideologia che , ad esempio , ha giustificato le imprese coloniali. La legge non ha fatto altro che suggellare quel che alcuni uomini già pensavano. E’ così che nasce, solo per fare un esempio, il tribunale della razza, che aveva il compito di stabilire, appunto, la “razza” delle persone e composto, tra l’altro, da chi in seguito avrebbe ricoperto i più alti gradi della magistratura nell’Italia repubblicana.

L’ideologia istituzionale  della razza intesa in senso biologico viene meno con la caduta del fascismo e l’approvazione della Costituzione repubblicana. Tuttavia con le spinte migratorie, prima interne e poi esterne, il razzismo ha conosciuto un nuovo slancio e si è abbattuto prima su chi proveniva dall’Italia meridionale, poi sugli stranieri. Ed è in particolare nell’affrontare questi ultimi che il legislatore è intervenuto, in un primo momento con singoli provvedimenti, successivamente con leggi organiche.  Solo nel 1982 abbiamo le prime circolari e sanatorie che si occupano di immigrazione. Del 1986 è la legge Foschi, che contiene una sanatoria e istituisce un meccanismo di ingresso degli stranieri in Italia basato sulla chiamata del datore di lavoro.  Nel 1990 c’è la legge Martelli, che per la prima volta istituisce il meccanismo delle quote, fondato cioè sulla predeterminazione governativa del numero degli ingressi.

La prima legge organica in tema d’immigrazione è la cosiddetta Turco – Napolitano, che resta ancora oggi il testo base, più volte modificato, della disciplina dell’immigrazione in Italia (oggi d.lgs. 286/1998, TU. sull’immigrazione). A parte l’introduzione della Carta di soggiorno, che permette una più stabile permanenza sul territorio dello Stato per coloro che sono regolarmente residenti da almeno 5 anni,  la Turco-Napolitano conferma quelle che erano le principali direttrici della precedente disciplina. Da un lato il meccanismo delle quote, dall’altro  riproponendo il legame tra permesso di soggiorno e contatto di lavoro. Inoltre ,viene disciplinato più compiutamente il meccanismo di espulsione e fa ingresso per la prima volta in Italia la detenzione amministrativa: vengono istituiti i CPT (centri di permanenza temporanea, poi denominati CIE) nei quali rinchiudere i migranti irregolari.

E’ con il governo di centrodestra di Berlusconi, a partire dal 2001, che c’è un ulteriore inasprimento delle politiche repressive migratorie. Con la legge Bossi- Fini   (l. 189/2001) si va a modificare il T.U. sull’immigrazione. Se da un lato non si toccano le norme di principio, quale l’art. 2 che riconosce i diritti fondamentali agli stranieri comunque presenti sul territorio, dall’altro si istituisce il “contratto di soggiorno per lavoro”, per cui si può entrare in Italia solo avendo la certezza di un lavoro. Viene così abrogata l’unica possibilità prevista dalla previgente disciplina di entrare sul territorio nazionale per cercare lavoro (cosiddetto sponsor, cha dava il diritto di entrare in Italia a chi aveva una certa disponibilità economica). Con la Bossi – Fini si rafforza , insomma, il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro: con il “contratto di soggiorno”, innanzitutto, poi con una disciplina più dura delle espulsioni, che prevede l’utilizzo immediato della forza pubblica, con l’allungamento del tempo di permanenza degli allora cpt e, infine, con la riduzione del numero delle quote (già precedentemente insufficienti a coprire la domanda di lavoro).

Col successivo governo Prodi non si segnalano novità in tema di immigrazione, a parte il trattato con la Libia del 2007 per fermare i flussi migratori da quel paese e l’istituzione, con legge finanziaria del 2007, dei patti per la sicurezza che , intervenendo prevalentemente su quel che si considera “ordine pubblico”, hanno pure effetti sulla vita dei migranti in Italia (colpendo ad esempio i venditori ambulanti). Sull’onda del proclama dell’allora ministro dell’interno  Maroni “saremo cattivi con i clandestini”, il nuovo governo Berlusconi approva due pacchetti sicurezza con norme riguardanti non solo l’immigrazione, ma pure l’ordine pubblico. Col pacchetto sicurezza del 2008 viene istituita l’aggravante di clandestinità (poi abrogata dalla Corte Costituzionale) con l’effetto di punire con una pena maggiore chi, essendo irregolare, commette un reato. I CPT cambiano nome e diventano CIE(centri di identificazione e espulsione). Ci sono anche norme che  prevedono l’utilizzo delle forze armate nel controllo del territorio ed altre che danno maggiori poteri ai sindaci in materia di ordine pubblico e sicurezza. La legge 94/2009 è il secondo pacchetto sicurezza. Con esso la clandestinità diventa reato, si vietano i matrimoni senza il permesso di soggiorno, vengono istituite ronde di cittadini per il controllo del territorio e, infine  si introduce  il permesso di soggiorno a punti con cospicue tasse  per il suo rilascio o rinnovo.

Nonostante l’involuzione della disciplina, essa ha mantenuto nel corso del tempo alcuni tratti comuni, quali il meccanismo delle quote e il legame tra permesso di soggiorno e lavoro. C’è poi un frequentissimo ricorso alle sanatorie, strumenti di regolarizzazione della presenza di immigrati irregolari, a testimonianza dell’astrusità e inefficacia dei meccanismo normali di ingresso. Giunti a questo punto, possiamo tornare alla domanda di partenza e chiederci che rapporto c’è tra legge e razzismo. Si tratta di capire e spiegare perché è giusto parlare di razzismo istituzionale, andando oltre i proclami dei politici razzisti che occupano le istituzioni. Il razzismo è fenomeno sociale, nasce prima della legge. Col mutamento della forma del razzismo, che da biologico diviene culturale, anche la legge ha cambiato forma. Se il razzista pensa all’inferiorità di alcune “razze” (o culture), il legislatore porrà parte della popolazione in una condizione di inferiorità giuridica, ad esempio col reato di clandestinità, oppure legando il permesso di soggiorno al lavoro e creando una sacca di forza lavoro con meno diritti e liberamente sfruttabile. Se si perde il lavoro, così, si perdono pure tutta una serie di diritti, diventando, tra l’altro, ai sensi della legge , criminali.   In Italia c’è stata una vera e propria escalation di norme e provvedimenti, integrati pure dal diritto europeo, che hanno progressivamente ristretto le possibilità di ingresso legale nel paese. L’ingresso irregolare o per vie traverse costituisce la normalità degli ingessi in Italia, e  solo guardando a questa realtà si è in grado di spiegare il continuo ricorso alle sanatorie, palesi o mascherate (decreti flussi) . Il clandestino è un prodotto della legge nel momento in cui la legge non da la possibilità di entrare (o semplicemente di vivere) regolarmente nel paese. Il razzista produce il proprio soggetto da opprimere (l’ebreo, il nero…) e lo punisce nello stesso modo in cui la legge crea in via sistematica il proprio , vale a dire il clandestino, affinché sia sfruttato e poi punito.  Questo è razzismo istituzionale che ha, in primo luogo,  l’effetto di alimentare il razzismo nella società. Ma non solo, lo conferma e lo giustifica. Il razzismo istituzionale dà ragione al razzista e lo conforta nelle sue opinioni. La legge crea il clandestino affinché sia sfruttato, additato come soggetto pericoloso, come colui che vive fuori dalla legge e quindi dalla cerchia degli onesti. E dopo averlo creato la legge interviene punendolo: abbiamo cisì le espulsioni, i cie, le  multe o reti ad hoc; oppure graziandolo, a colpi di ripetute sanatorie.  

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