Mar 262015
 

manif-marzo2015-1Verso la manifestazione del 28 Marzo

C’è poco da girarci attorno. La Questura di Brescia ha voglia di “Stato di eccezione” in cui i diritti sono astrattamente riconosciuti ma nei fatti violentemente negati. E’ una scelta politica precisa come lo fu quella, decisamente più grave, fatta dalla Questura e dalla Prefettura di Brescia – in accordo (anche oggi?) con il Ministero dell’Interno – al tempo della lotta della gru. Non si tratta quindi solo di qualche funzionario dal manganello facile. Quando il governo degli spazi sociali e politici di una città viene esercitato con i reparti di polizia dovrebbe quanto meno sollevare perplessità anche presso gli stessi organi di governo locale a tutti i livelli, oltre che in tutte le forze sociali e politiche che si dichiarano a favore della libertà di espressione e manifestazione. Ma, c’è un ma, quando queste libertà sono espresse in termini conflittuali aprendo una vertenza dai chiari connotati politici che riguardano le forme e le modalità di un razzismo istituzionale subito negli ultimi anni, ecco che alle affermazioni di principio subentrano i distinguo, le limitazioni, i divieti e infine la violenza. Dire che la rivendicazione di diritti da parte dei/delle migranti viene confinata a questione di ordine pubblico si coglie solo un lato del problema. Si vede solo l’ultima fotografia scattata. La legge Bossi-Fini, l’intero impianto legislativo in materia di immigrazione, la burocrazia usata come arma contundente, nel loro “normale” funzionamento sono gli elementi costitutivi – che si alimentano a vicenda – dell’odierno razzismo istituzionale.

  A Brescia in questi due anni, purtroppo, abbiamo assistito anche a una sorta di vendetta politica contro le lotte dei/delle migranti, da parte innanzitutto della Prefettura seguita dalla Questura e dalla Direzione Territoriale del Lavoro, che si è concretizzata nelle migliaia di rigetti delle domande di sanatoria e di mancati rinnovi dei permessi di soggiorno. Se le cose stanno così, e noi pensiamo che stiano così, la lotta di questi giorni assume il carattere di una vertenza particolare per riaprire la possibilità di un permesso di soggiorno per coloro che se lo sono visti, e se lo vedono, negare a causa delle interpretazioni, volute e cercate, scandalosamente restrittive delle leggi e delle norme da parte di chi avrebbe il compito istituzionale di applicarle senza discriminazioni. Ma allo stesso tempo è una lotta che diventa conflitto generale contro i meccanismi che riproducono incessantemente quel razzismo istituzionale che oggi, in tempi di crisi economica, è più che mai funzionale al mantenimento dei/delle migranti in una condizione di clandestinità, precarietà lavorativa e sociale. Infatti non è un caso che ci sia opposizione anche a più che ragionevoli proposte di allungamento della durata del permessi di soggiorno per non parlare della necessità di separare il permesso di soggiorno dal contratto di lavoro. Ci rendiamo conto che tenere insieme i due aspetti, la vertenza e il conflitto generale, non è semplice. Non lo è per i/le migranti, non lo è per gli/le antirazzisti e quindi non lo è nemmeno per noi. Le condizioni materiali degli uni e la tendenza alla semplificazione politica degli altri portano spesso a concentrarsi su un singolo obiettivo, da una parte, o a generalizzare oltre misura dall’altra. La soluzione, ammesso che ci sia, non sta tanto nella ricerca di un inesistente punto di equilibrio tra i due aspetti ma nel creare ambiti di decisione condivisi, nel costruire le condizioni che producono conflitti in modo da favorire il protagonismo dei/delle migranti in quanto soggetti sociali dotati di autonomia politica e ripensare l’antirazzismo al di fuori delle logiche del paternalismo politico e del mero supporto a dei soggetti ritenuti deboli. E’ una contraddizione che viviamo anche noi, in prima persona, come migranti e antirazzisti/e di Cross-Point. La lotta di questi giorni a Brescia e la prossima manifestazione del 28 marzo possono essere un’occasione, per noi e pensiamo anche per altri/e migranti e antirazzisti/e, per misurarsi di nuovo su questi temi alla luce di un conflitto in atto. E’ in questo modo e con questo spirito che stiamo dentro la lotta di questi giorni e nelle contraddizioni che si aprono ad ogni conflitto. Perché in fondo la lotta dei/delle migranti non è la lotta di un settore o di una categoria sociale, ma è una lotta che investe le forme e i contenuti dei diritti di cittadinanza, delle condizioni di lavoro soprattutto precario. Ed è da questo punto di vista che si affaccia la possibilità di una lotta che vada oltre gli stessi confini di una dimensione locale. 

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